Una segretaria Troia
Costo max 0,73 cent iva inclusa
0.50c/min iva inclusa
0.50c/min iva inclusa PayPal o Carta di Credito
Mi chiamo Sofia, ho 25 anni e faccio la segretaria – anzi, assistente personale – nello studio legale al decimo piano di quel palazzo di vetro in centro. È passato esattamente un mese da quella sera in cui Marco ha chiuso la porta del suo ufficio e mi ha scopata sulla scrivania fino a farmi tremare le gambe per ore dopo.
Da allora non è successo niente di plateale. Nessun bacio rubato in ascensore, nessuna mano che scivola sotto la gonna durante una pausa caffè. Solo sguardi. Sguardi che durano un secondo di troppo quando gli porto i documenti da firmare. Sguardi che mi fanno stringere le cosce sotto la scrivania quando lui passa e il suo profumo – legno scuro e agrumi amari – mi arriva addosso come una carezza.
Oggi è venerdì. Sono le 19:40. L’ufficio è deserto, come al solito il venerdì sera. Ho mandato via anche l’ultima stagista con un sorriso finto-calmo. Ho spento le luci del corridoio principale, lasciando accese solo quelle del suo ufficio e la mia lampada da tavolo.
Sto fingendo di sistemare fascicoli quando lo sento arrivare. Passi lenti, sicuri. La porta del suo studio si apre senza che bussi.
«Sofia.»
Solo il mio nome, pronunciato basso, come un ordine mascherato da saluto.
Mi giro. È appoggiato allo stipite, cravatta allentata di due nodi, maniche della camicia azzurra arrotolate fino ai gomiti, avambracci abbronzati e vene in evidenza. Mi guarda come se stesse decidendo da dove iniziare a mangiarmi.
«Hai finito?» chiede, ma sappiamo entrambi che non è una vera domanda.
«Sì» rispondo, e chiudo il cassetto con un clic più forte del necessario.
Si avvicina. Non corre. Cammina piano, come un predatore che sa che la preda non scapperà.
Quando arriva dietro di me, il suo petto sfiora la mia schiena. Sento il calore attraverso la camicia di seta. Le sue mani si posano sui miei fianchi, stringono appena, poi scivolano in avanti fino a coprirmi lo stomaco. Mi tira contro di sé. Il suo sesso è già duro, premuto contro il mio culo attraverso i pantaloni del completo.
«Togliti la gonna» mormora contro il mio orecchio. Il fiato caldo mi fa venire la pelle d’oca.
Non dico niente. Porto le mani dietro, apro la zip laterale, faccio scivolare la gonna grigio antracite lungo i fianchi. Cade a terra con un fruscio. Resto con le autoreggenti nere, il perizoma di pizzo nero e la camicia bianca sbottonata fino al terzo bottone.
Marco emette un suono basso, quasi un ringhio. Mi spinge in avanti, contro la mia stessa scrivania. Mi piega piano, mani aperte sul piano freddo. Il seno si schiaccia contro il legno attraverso il reggiseno.
Sento le sue dita sul bordo del perizoma. Lo tira di lato, non lo toglie. Il tessuto si incastra tra le grandi labbra già gonfie. Con due dita separa le pieghe, esponendomi completamente. L’aria fresca mi fa contrarre.
«Guardati quanto sei bagnata» dice, e infila il medio dentro di me senza preavviso. Entro fino alla seconda falange con facilità, sono fradicia da ore solo a pensarlo.
Tira fuori il dito, lo porta alle mie labbra. «Assaggia.»
Apro la bocca. Succhio il suo dito, sentendo il mio sapore salato-dolce. Lui geme piano.
Poi si inginocchia dietro di me.
Una scopata con il mio capo d'ufficio
Costo max 0,73 cent iva inclusa
0.50c/min iva inclusa
0.50c/min iva inclusa PayPal o Carta di Credito
La sua lingua arriva diretta sul clitoride, senza giri di parole. Un colpo piatto, poi cerchi veloci, poi succhia forte portandolo tra le labbra. Le mie ginocchia cedono. Mi aggrappo al bordo della scrivania. Geme contro la mia fica mentre lecca, come se stesse bevendo qualcosa di cui ha sete da giorni.
«Marco… cazzo…» ansimo.
Mi infila due dita dentro mentre continua a succhiare il clito. Le muove veloci, colpetti secchi contro quel punto interno che mi fa vedere le stelle. Sento il piacere montare troppo in fretta, troppo forte.
«Vengo… sto per venire…»
Si ferma di colpo. Si alza. Sento la zip, il rumore della cintura che cade.
Mi gira di scatto, mi solleva sul bordo della scrivania. Gambe aperte, tacchi che penzolano. Mi guarda negli occhi mentre si posiziona tra le mie cosce.
La cappella preme contro l’ingresso, grossa, calda, bagnata di me. Spinge piano all’inizio, solo la punta. Mi fa impazzire.
«Dimmi che sei la mia puttanella d’ufficio» ringhia, voce roca.
«Sono la tua puttanella d’ufficio» ripeto, senza esitare.
Entra tutto in un colpo solo. Urlo, un suono strozzato. Mi riempie completamente, mi tende fino al limite. Comincia a scoparmi con colpi lunghi e profondi, uscendo quasi del tutto e rientrando fino in fondo ogni volta.
Il tavolo trema. Le mie tette ballano dentro il reggiseno a ogni spinta. Mi slaccia i bottoni restanti con una mano, tira giù le coppe, prende un capezzolo tra le dita e lo torce mentre continua a fottermi.
«Toccati» ordina.
Porto una mano tra noi, sfrego il clitoride in cerchi veloci mentre lui mi pompa dentro. Sento l’orgasmo arrivare come un treno.
«Vieni dentro di me» lo supplico. «Riempimi… ti prego…»
Accelera. Colpi secchi, brutali. Il suo respiro diventa irregolare.
«Prendilo tutto» grugnisce.
Spinge fino in fondo e viene. Sento i fiotti caldi esplodergli dentro, uno dopo l’altro, mentre il mio orgasmo mi spacca in due. Mi contraggo intorno a lui, spasmi violenti, grido il suo nome senza ritegno. Le gambe tremano, il corpo si inarca, lacrime di piacere mi rigano le guance.
Resta dentro mentre finiamo entrambi di pulsare. Mi bacia il collo, lento, possessivo.
Poi si tira fuori piano. Sento il suo sperma colare fuori, caldo, denso, lungo l’interno delle cosce.
Mi guarda, sorride obliquo.
«Lunedì alle 19:30. Stanza riunioni piccola. Indossa le calze con la riga dietro… e niente mutandine.»
Si sistema i pantaloni, raccoglie la cravatta e se ne va.
Io resto lì, mezza nuda sulla mia scrivania, con il suo seme che mi scivola addosso e un sorriso stupido sulle labbra.
Non vedo l’ora che sia lunedì.